Be Yourself Movement. L’importanza di essere sé stessi. Intervista a La Red

Be Yourself Movement è un movimento italiano di art activism, attivismo artistico, o cultural jammin, sabotaggio culturale. A metà tra contestazione e forma d’arte, unisce quattro artisti di strada provenienti da zone diverse d’Italia e d’Europa. Armati di taglierino, colla e bombolette spray, “rielaborano” le affissioni che grazie ad un sapiente collage cambiano totalmente di significato assumendo a volte un aspetto comico, ma sempre rivendicando il diritto di tutti di essere sé stessi, al di là degli stereotipi imposti dalla pubblicità.

BYM è presente su Facebook e usa come principale mezzo di comunicazione un blog, recentemente tradotto anche in inglese in seguito al successo internazionale scatenato dalle loro azioni di guerrilla che, dopo Milano e Roma, hanno colpito anche Berlino. Particolarmente interessante l’area del sito dove BYM invita i lettori a prendere parte alla battaglia urbana, mettendo a disposizione vere e proprie “munizioni“: disegni da scaricare e stampare, pronti per essere incollati sulle affissioni.

Ho avuto il piacere di intervistare La Red, una delle fondatrici del movimento, con cui ho approfondito il pensiero e i valori alla base di Be Yourself Movement. Ringrazio La Red per la disponibilità e per avere fatto da “cavia”, come lei stessa si definisce, per questo nuovo spazio interviste di Pubblico Delirio. Nei prossimi mesi seguiranno altre chiacchierate, più o meno serie, con cui proveremo a capire insieme qualcosa di più sulla società in cui viviamo e che contribuiamo a costruire. Stay tuned!

Dì la verità, non sei un po’ emozionata di essere la prima intervistata di Pubblico Delirio?

Sono molto emozionata, ho sempre voluto assomigliare ad un topolino bianco con grandi occhi rossi.

Raccontami un po’. Da dove nasce il progetto Be Yourself Movement? Chi sei e chi sono gli altri fondatori del movimento?

In origine è nato tutto da un’idea di Zag un mio grande amico di Milano a cui è sempre piaciuto per così dire “mettere del suo in giro per la città”. Io e Zag, vivendo a Milano e Roma siamo sempre stati molto sensibili all’inquinamento visivo prodotto da alcuni cartelloni pubblicitari ed abbiamo sempre provato una grande di insofferenza soprattutto per i messaggi pubblicitari che ti impongono di essere qualcuno o qualcosa. Così quando Zag mi ha proposto di usare la nostra esperienza nella street art per fare realmente qualcosa ho preso la palla al balzo. Da subito si è unita a noi una ragazza di Bologna, Fly D., ed una tedesca con inspiegabile accento lombardo di nome Emy.

Sul blog avete pubblicato il vostro manifesto. Quali sono in breve i principi che vi guidano?

Il Be Yourself Movement per noi rappresenta un modo per comunicare al mondo che non siamo e non vogliamo essere tutti uguali. Un modo per manifestare contro tutti quelli che ci considerano un numero, un target e che considerano i nostri comportamenti un trend di mercato. Un modo per rivendicare con creatività il diritto a non essere omologati.

Dal manifesto è palese il perchè non vi piace la campagna Be Stupid. Me lo spieghi brevemente?

Spesso c’è un errore di fondo: c’è chi pensa che siamo contro i marchi o i loro prodotti. Non è assolutamente così. La nostra è una forma di “protesta” verso le imposizioni e verso i messaggi che offendono la coscienza critica e la dignità delle persone, e il caso che hai citato tu è uno di questi.

Con la vostra irruzione nella metropolitana di Milano avete letteralmente trasformato le affissioni Diesel proponendo nuovi slogan un tantino diversi, come “Be stupid as these ADs” (Sii stupido come queste pubblicità) e “Stop listen to these ADs” (Non dare più ascolto a queste pubblicità). Leggo dal blog che non siete stati gli unici

E’ vero non siamo certo i primi a fare cose del genere. Il nostro obiettivo è però portare la nostra critica ad un livello più ampio che abbracci un determinato modo di concepire la pubblicità non una campagna pubblicitaria in particolare.

In pochissimi giorni il vostro video (caricato su You Tube il 19 aprile!) ha valicato i confini nazionali e quotidiani come Repubblica e Il Tempo hanno già parlato di voi. Come ha reagito l’azienda? Vi ha contattati?

Non ci aspettavamo tanta attenzione ad essere sinceri. Per ora a parte un sacco di mail di gente che la pensa come noi e si stà attrezzando per agire nella propria città, ci hanno contattato si un paio d’aziende, ma non quelle che abbiamo “trattato”. Non credo comunque che lo faranno perchè penso abbiano capito da come è continuata la nostra attività che la nostra non è una battaglia contro uno o più marchi in particolare ma contro il “visual establishment”.

Non pensate di fare il loro gioco, della serie “bene o male, purchè se ne parli”?

A noi questo non importa. Noi vogliamo solo che la nostra idea arrivi come un virus a più persone possibili.

Prima di lasciarci, ho visto che sono tante le affissioni che avete “curato”. Qual è l'”intervento chirurgico” che meglio rappresenta il vostro modo di pensare?

Non saprei scegliere francamente. Ogni volta che rivedo le foto mi vengono in mente mille altre cose che avremmo potuto fare. Potrei rispondere alla domanda dicendoci che quello che più preferisco è quello che non abbiamo ancora fatto….

Stefano Chiarazzo

Comunicatore di impresa, formatore e consulente aziendale, blogger. Da 12 anni cura le pubbliche relazioni di grandi marche per una multinazionale del largo consumo. Nel 2011 ha avviato l’Osservatorio Social Vip, che studia i personaggi famosi italiani sui social media come fenomeno di comunicazione e di costume. I dati di popolarità su Facebook, Twitter e Instagram di più di 1000 celebrità dello spettacolo, dello sport, del giornalismo e della politica sono ripresi periodicamente dai media. Nel 2013 ha lanciato il Social Radio Lab, spazio di informazione, ricerca e condivisione sull’evoluzione della comunicazione radiofonica in collaborazione con le maggiori radio nazionali, le web radio di Spreaker e grandi manifestazioni come Festival del Giornalismo, Social Media Week e Festival delle Generazioni. Collabora con Wired e insegna marketing e comunicazione presso vari Master tra cui la Business School de Il Sole 24 Ore.

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