Sono un blogger, quindi non merito di essere pagato

Il 25 settembre é partita l’edizione italiana dell’Huffington Post. Lascio ad altri più esperti di me disquisire sulla novità del modello. Un aggregatore di blog come ce ne sono altri? Una svolta nel giornalismo italiano? Vi invito a leggere i pareri di Pierluca Santoro e Riccardo Luna.

Vorrei invece soffermarmi sul riaccendersi in rete del dibattito sui #nofreejobs, a partire dalla sintesi delle interviste ed editoriali vari di Arianna Huffington e Lucia Annunziata.

Il sito potrà contare in partenza su quasi 200 blogger, per arrivare ad almeno 600, che saranno “la voce dell’Italia”. I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati. I blogger non sono giornalisti, non fanno inchieste, non cercano notizie, che tra l’altro costringerebbero la testata a una azione di verifica, controllo e responsabilità; si narrano, scrivono delle cose e si confrontano.

Per come la vedo, la discussione ruota tutta intorno all’assunzione “I BLOGGER NON SONO GIORNALISTI”. Il blogger nasce con il “peccato originale” di scrivere per passione, avvalendosi di una piattaforma di blogging (per lo più non a pagamento) e offrendo for free ai lettori ciò che scrive. Perché dunque, chi ti offre gratuitamente uno spazio su una testata mille volte più popolare del tuo blog dovrebbe pagarti?

Nel nostro paese é ormai chiaro che per fare “vera” informazione devi essere giornalista. Perché così é sempre stato. E soprattutto, perché c’é un'”Ordine” da mantenere. L’ordine di chi ha interesse a conservare il proprio orticello, senza alcuna intenzione di abbracciare il cambiamento. Sì, perché a molti dà fastidio vedere che a volte la qualità dei blogger é uguale se non superiore alla propria, o dei propri colleghi.

Per legittimare il tutto si argomenta in modi curiosi come i “blogger fanno opinione, non informazione”. Correggetemi se sbaglio, ma qualcuno ha coniato il concetto di Citizen journalism, per il quale grazie al web e alle nuove tecnologie il cittadino può diventare un vero corrispondente dal territorio, anticipando a volte persino i mezzi di stampa. E questo non é produrre informazione?

Spesso il blogger é un professionista o esperto di un certo settore e, con la sua esperienza, genera nuova informazione. Può essere anche qualcosa di low profile, come una ricetta culinaria, come una recensione tecnologica. Nel mio caso, con Osservatorio Social Vip, scovo e analizzo tendenze. Se non fossero considerate “notizie”, per quanto leggere e di nicchia, non sarebbero riprese ogni mese dalle maggiori testate italiane.

E ammettendo pure di essere d’accordo che i blogger facciano “solo” opinione, volete dire che gli opinionisti sui giornali e in tv non vengono mai pagati? Ne dubito.

Credo fino a un certo punto all’interpretazione di Luca AlagnaQuando l’Annunziata cita l’obiettivo di ottenere 600 blogger, non parla di fare un sito web con contenuti gratis (come molti ritengono) ma di una comunità di 600 persone che hanno l’opportunità di esprimersi direttamente sul proprio sito informativo preferito” e Silvio Gulizia: “Fino a che i miei contenuti li sfruttano Google, Facebook, Twitter, Tumblr o Instagram per farci i soldi, ok, ma se lo fa un altro social network non va bene. Tecnicamente parlando, l’HuffPo mi offre la stessa opportunità che mi offrono Twitter o Facebook: entrare in contatto con le persone“.

Mi trovo di più nella posizione guardinga di Giovanni Scrofani: “Penso che il modello economico del “contadino digitale che lavora gratis per i signori della cloud con la scusa della co-creazione/visibilità” stia mostrando la corda. Sono curioso di vedere se Huffington sta proponendo il solito modello del “free job”, che disapprovo fermamente, o se davvero stiamo parlando di co-creazione in modo serio“.

Io non dico che siti come HP debbano pagare TUTTI i blogger. Tra i 600 reclutati ce ne saranno alcuni più seguiti, e che scrivono con maggior costanza e qualità (o, se vogliamo buttarla sul bieco denaro, che sanno generare più pagine viste e innescare viralità grazie ai contenuti che producono). Nella logica del talent scouting e della meritocrazia non sarebbe male se a qualcuno di loro fosse data una possibilità.

#nofreejobs Lo slogan della campagna lanciata da Cristina Simone

Huffington post e Il Fatto Quotidiano non sono casi isolati. L’editoria é in crisi: economica, qualitativa e di valori. In alcuni casi NON POSSONO PAGARE. I conti sono in rosso, le testate più fortunate tagliano personale, le altre chiudono. Se non riescono a pagare la redazione come possono pagare i blogger? Se vogliono sopravvivere devono mandare avanti la baracca, anche privilegiando la quantità alla qualità. Centinaia di blogger a costo zero.

Mi é capitato negli ultimi mesi di ricevere proposte di collaborazione, da piccoli siti/emittenti televisive fino ad uno dei maggiori settimanali italiani: “ti diamo una rubrica e scrivi 2 articoli a settimana” o “ci mandi e commenti settimanalmente la classifica aggiornata dei vip più seguiti”. Peccato però che il pagamento sia in termini di visibilità e di promesse del tipo “Intanto iniziamo, poi se entrano nuovi sponsor…”.

L'”impegno richiesto” é spesso cruciale per prendere una decisione. Ti tocca fare delle scelte. La differenza é che se il blogging é un hobby puoi rinunciare. Se invece hai bisogno della visibilità, perché ti offre la prospettiva (potenziale, e spesso illusoria) di poter generare opportunità di lavoro e, quindi, di guadagno, sei più propenso ad accettare. Per uno che rinuncia ecco altri mille, magari meno preparati, che si accontentano.

Nessuno dovrebbe permettersi di fare beneficienza. Né la testata, che é chiamata a tenere bilanci in attivo, né i blogger, che devono pretendere che la loro professionalità, qualità, impegno e valore vengano riconosciuti.

Pur non condividendo posizioni estremiste à la Carlo Gubitosa penso aiutino a prendere coscienza del fatto che se non si fanno valere i propri diritti si rischia di iniziare a scrivere gratis, e continuare a scrivere gratis, o al massimo per una manciata di euro a post nella speranza di un futuro successo che non arriverà mai. Meglio allora dire da subito “no grazie” a un sistema che ti dice “Sei un blogger, quindi meriti di non essere pagato“.

Stefano Chiarazzo

Comunicatore di impresa, formatore e consulente aziendale, blogger. Da 12 anni cura le pubbliche relazioni di grandi marche per una multinazionale del largo consumo. Nel 2011 ha avviato l’Osservatorio Social Vip, che studia i personaggi famosi italiani sui social media come fenomeno di comunicazione e di costume. I dati di popolarità su Facebook, Twitter e Instagram di più di 1000 celebrità dello spettacolo, dello sport, del giornalismo e della politica sono ripresi periodicamente dai media. Nel 2013 ha lanciato il Social Radio Lab, spazio di informazione, ricerca e condivisione sull’evoluzione della comunicazione radiofonica in collaborazione con le maggiori radio nazionali, le web radio di Spreaker e grandi manifestazioni come Festival del Giornalismo, Social Media Week e Festival delle Generazioni. Collabora con Wired e insegna marketing e comunicazione presso vari Master tra cui la Business School de Il Sole 24 Ore.

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